Шрифт:
Durante la mia assenza, mio padre aveva migliorato notevolmente la sua proprieta: una fabbrica di zucchero bella e costosa, molti moggi di canna da zucchero per rifornirla, ampi pascoli con bovini e cavalli, buone mangiatoie e una lussuosa casa di abitazione costituivano le caratteristiche piu notevoli dei suoi possedimenti nelle terre calde. Gli schiavi, ben vestiti e soddisfatti, per quanto sia possibile esserlo nella servitu, erano sottomessi e affettuosi con il loro padrone. Trovai uomini ai quali, da bambini, poco tempo prima, avevo insegnato a tendere trappole per i chilacoas e i guatines nei boschetti: i loro genitori e loro tornavano a trovarmi con segni inequivocabili di piacere. Solo Pedro, il buon amico e fedele ayo, non si faceva trovare: aveva versato lacrime mentre mi metteva a cavallo il giorno della mia partenza per Bogota, dicendo: "amore mio, non ti vedro piu". Il suo cuore lo avvertiva che sarebbe morto prima del mio ritorno.
Ho notato che mio padre, pur rimanendo un padrone, trattava i suoi schiavi con affetto, era geloso del buon comportamento delle sue mogli e accarezzava i bambini.
Un pomeriggio, al tramonto, mio padre, Higinio (il maggiordomo) e io stavamo tornando dalla fattoria alla fabbrica. Loro parlavano del lavoro fatto e da fare; io ero occupato da cose meno serie: pensavo ai giorni della mia infanzia. L'odore particolare dei boschi appena abbattuti e quello delle pinuelas mature; il cinguettio dei pappagalli nei guaduales e nei guayabales vicini; lo scampanio lontano di qualche corno di pastore, che risuonava tra le colline; il castigo degli schiavi che tornavano dalle loro fatiche con gli attrezzi sulle spalle; gli squarci visti attraverso i canneti mutevoli: Tutto cio mi ricordava i pomeriggi in cui le mie sorelle, Maria e io, abusando di qualche licenza tenace di mia madre, ci divertivamo a raccogliere guaiave dai nostri alberi preferiti, a scavare nidi nelle pinuelas, spesso con gravi ferite alle braccia e alle mani, e a spiare i pulcini di parrocchetto sulle recinzioni dei recinti.
Mentre ci imbattevamo in un gruppo di schiavi, mio padre disse a un giovane nero di notevole statura:
–Allora, Bruno, il tuo matrimonio e pronto per dopodomani?
–Si, mio padrone", rispose, togliendosi il cappello di giunco e appoggiandosi al manico della vanga.
–Chi sono i padrini?
–Saro con Dolores e il signor Anselmo, se non vi dispiace.
–Bene. Remigia e voi sarete ben confessati. Avete comprato tutto il necessario per lei e per voi stessi con i soldi che vi ho mandato?
–E tutto fatto, mio padrone.
–E questo e tutto cio che vuoi?
–Vedrete.
–La stanza che ti ha indicato Higinio, e buona?
–Si, mio padrone.
–Oh, lo so. Quello che vuoi e ballare.
Poi Bruno rise, mostrando i suoi denti di un bianco abbagliante, e si volto a guardare i suoi compagni.
–E' giusto cosi; sei molto ben educato. Sai," aggiunse, rivolgendosi a Higinio, "aggiusta la cosa e rendili felici.
–E te ne vai per primo?
– chiese Bruno.
–No", risposi, "siamo invitati.
Nelle prime ore del mattino del sabato successivo Bruno e Remigia si sposarono. Quella sera, alle sette, mio padre e io salimmo in sella per andare al ballo, la cui musica cominciava a farsi sentire. Quando arrivammo, Giuliano, lo schiavo-capitano della banda, usci a prendere la staffa per noi e a ricevere i nostri cavalli. Indossava l'abito della domenica e dalla vita pendeva il lungo machete argentato, distintivo del suo lavoro. Una stanza della nostra vecchia casa era stata sgomberata dagli oggetti di lavoro che conteneva, per poter ospitare il ballo. Un lampadario di legno, sospeso a una delle travi, faceva girare una mezza dozzina di luci: i musicisti e i cantanti, un misto di aggregati, schiavi e manomessi, occupavano una delle porte. Non c'erano che due flauti di canna, un tamburo improvvisato, due alfandoques e un tamburello; ma le belle voci dei negritos intonavano i bambucos con una tale maestria; nelle loro canzoni c'era una combinazione cosi sentita di accordi malinconici, gioiosi e leggeri; i versi che cantavano erano cosi teneramente semplici, che il dilettante piu colto avrebbe ascoltato in estasi quella musica semi-selvaggia. Entrammo nella stanza con i nostri cappelli e cappellacci. Remigia e Bruno stavano ballando in quel momento: lei, con un follao di boleri blu, un tumbadillo a fiori rossi, una camicia bianca ricamata di nero, un girocollo e orecchini di vetro color rubino, ballava con tutta la dolcezza e la grazia che ci si aspettava dalla sua statura di cimbrador. Bruno, con le sue ruane filettate ripiegate sulle spalle, i calzoni da coperta dai colori vivaci, la camicia bianca appiattita e un nuovo cabiblanco intorno alla vita, batteva i piedi con ammirevole destrezza.
Dopo quella mano, con cui i contadini chiamano ogni pezzo di danza, i musicisti suonarono il loro bambuco piu bello, perche Giuliano annuncio che era per il padrone. Remigia, incoraggiata dal marito e dal capitano, si decise finalmente a ballare qualche istante con mio padre: ma allora non osava alzare gli occhi e i suoi movimenti nella danza erano meno spontanei. Dopo un'ora ci ritirammo.
Mio padre fu soddisfatto della mia attenzione durante la visita alle tenute; ma quando gli dissi che d'ora in poi avrei voluto condividere le sue fatiche rimanendo al suo fianco, mi disse, quasi con rammarico, che era costretto a sacrificare il suo benessere a me, mantenendo la promessa che mi aveva fatto qualche tempo prima, di mandarmi in Europa per terminare i miei studi di medicina, e che sarei partito per il viaggio al piu tardi tra quattro mesi. Mentre mi parlava cosi, il suo volto assunse una serieta solenne e senza affettazione, che si notava in lui quando prendeva decisioni irrevocabili. Questo accadde la sera in cui stavamo tornando sulla sierra. Cominciava a fare buio e, se non fosse stato cosi, mi sarei accorto dell'emozione che il suo rifiuto mi provocava. Il resto del viaggio si svolse in silenzio; quanto sarei stato felice di rivedere Maria, se la notizia di questo viaggio non si fosse frapposta in quel momento tra lei e le mie speranze!
Capitolo VI
Cosa era successo in quei quattro giorni nell'anima di Maria?
Stava per posare una lampada su uno dei tavoli del salotto, quando mi avvicinai per salutarla; e mi ero gia sorpreso di non vederla in mezzo al gruppo di famiglia sui gradini dove eravamo appena scesi. Il tremito della sua mano mise in luce la lampada e io le prestai aiuto, meno calmo di quanto pensassi. Mi sembro leggermente pallida e intorno ai suoi occhi c'era una leggera ombra, impercettibile per chi l'avesse vista senza guardare. Giro il viso verso mia madre, che in quel momento stava parlando, impedendomi cosi di esaminarlo alla luce che ci era vicina; e notai allora che in cima a una delle sue trecce c'era un garofano appassito; era senza dubbio quello che le avevo regalato il giorno prima di partire per la Valle. La piccola croce di corallo smaltato che avevo portato per lei, come quelle delle mie sorelle, la portava al collo su un cordone di capelli neri. Era silenziosa, seduta al centro dei posti che occupavamo io e mia madre. Poiche il proposito di mio padre riguardo al mio viaggio non mi era sfuggito, dovevo sembrarle triste, perche mi disse a voce quasi bassa:
–Il viaggio le ha fatto male?
–No, Maria", risposi, "ma abbiamo preso il sole e camminato cosi tanto....
Stavo per dirle qualcosa di piu, ma l'accento confidenziale della sua voce, la nuova luce nei suoi occhi che mi sorprese, mi impedirono di fare di piu che guardarla, finche, notando che era imbarazzata dall'involontaria fissita dei miei sguardi, e trovandomi esaminata da uno di mio padre (piu timoroso quando un certo sorriso passeggero vagava sulle sue labbra), lasciai la stanza per andare in camera mia.